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Arte

‘Finché non saremo libere’: quando l’arte spiega la complessità del mondo

Al Museo di Santa Giulia di Brescia fino al 28 gennaio, ‘Finché saremo libere’ è una collettiva che si concentra sulla condizione femminile nel mondo e, in particolare, in Iran

architecture-alternativo Still dal video di Attraversa il confine di Zoya Shokoohi, realizzato nel corso di una residenza a Brescia avviata dalla Fondazione Brescia Musei come parte della mostra

Brescia chiude in maniera significativa l’anno di capitale italiana della cultura: lo fa al Museo di Santa Giulia, complesso riammodernato e denso di opere d’arte d’antica, diventato anche spazio espositivo per mostre temporanee di arte contemporanea di particolare prestigio come questa, che è visitabile fino al 28 gennaio. Parliamo di Finché non saremo libere che è ispirata, fin nel titolo, al volume firmato da Shirin Ebadi, avvocatessa e pacifista iraniana esule dal 2009, prima donna musulmana Premio Nobel per la Pace nel 2003: l’esposizione bresciana apre nel mese in cui a un’altra iraniana e attivista, Narges Mohammadi, ancora in carcere nel suo Paese, verrà ufficialmente conferito il Nobel per la Pace dall’Accademia di Svezia.

Il comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con l’Associazione Genesi, compiono una scelta di alto valore civile ospitando nelle sale di Santa Giulia una collettiva curata da Ilaria Bernardi che si concentra sulla condizione femminile nel mondo, in Iran in particolare, attraverso la lente mai banale di svariate artiste e attiviste.

Dentro la mostra Finché non saremo libere

Ad aprire questa mostra di arte contemporanea è la video-installazione Becoming (2015), dell’unico artista uomo incluso nella rassegna, l’iraniano Morteza Ahmadvand: è un’opera che riflette sulla possibile convivenza tra culture e sulla necessita di abolire distinzioni e gerarchie tra popoli e individui.

Da qui in avanti, il percorso si declina al femminile ed è scandito in dieci sezioni. La prima presenta un nucleo di opere di artiste provenienti da varie aree geografiche, che fanno parte della collezione d’arte contemporanea dell’Associazione Genesi e che approfondiscono complesse e spesso drammatiche questioni culturali, ambientali, sociali e politiche dei nostri tempi.

Due lavori dirompenti, quelli delle famose artiste iraniane Shirin Neshat e Soudeh Davoud, fanno da tramite per la seconda e la terza sezione della mostra che corrisponderanno a due omaggi a due artiste storiche iraniane che, seppur molto note a livello internazionale, finora non hanno mai realizzato mostre personali in Italia: si tratta dei video e delle sculture di Farideh Lashai (1944 – 2013) e di Sonia Balassanian (1942).

Il percorso espositivo termina con un intervento site-specific della giovane artista iraniana Zoya Shokoohi, realizzato nel corso di una residenza a Brescia avviata dalla Fondazione Brescia Musei come parte della mostra stessa, come ideale apertura verso le future generazioni (il catalogo del progetto è edito da Skira).

Se è vero che si esce dalla mostra con una consapevolezza più marcata rispetto alla lotta per i diritti civili dei giovani iraniani, va detto che l’alta qualità artistica dei lavori esposti dimostra, ancora una volta, quanto la vera arte sappia spiegare la complessità del mondo in modo efficace.