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Discanto

Un’imprenditoria stile Giorgio Armani

architecture-alternativo Credits: Courtesy of Giorgio Armani

Non conosco il signor Giorgio Armani, non so che persona sia nel suo privato o sul lavoro. Magari, a modo suo, rientra nel cliché dello stilista egotico e prepotente che tiranneggia con la sua pignoleria una schiera di collaboratori sottomessi. Si fa per dire, beninteso… non ho elementi per affermare che sia così; anzi, se l’occhio non mi inganna, non dovrebbe rientrare nella suddetta categoria. Magari mi sbaglio, ma non è questo il punto…

Dicevo, non conosco il signor Giorgio Armani, ma seguo da sempre – con curiosità e attenzione – l’imprenditore Giorgio Armani, per non dire del creatore di moda Giorgio Armani, di cui immagino non esista donna o un uomo sulla faccia della terra incapace di riconoscere l’indubbia maestria, lo stile e il buon gusto delle di lui “opere”… e devo dire che dell’imprenditore Giorgio Armani ho da sempre apprezzato una consapevolezza di sé, del suo ruolo, che fa a gara con la classe della sua impareggiabile griffe.

Anzi, visto il blando livello di consapevolezza di sé che attanaglia il panorama dell’imprenditoria italiana, mi spingo a dire che l’Armani imprenditore come simbolo e modello sia addirittura superiore all’Armani creativo. E non tanto e non solo per l’oculata amministrazione della sua società, o per la carriera costruita dal basso fino ai vertici del lusso globale, o per le sue iniziative all’insegna della solidarietà, né per quel suo non essere mai sopra le righe, scevro dalla ricerca della ribalda fine a sé stessa, o per quei colori tenui e mai strillati dei suoi abiti dalle linee gentili.

Giorgio Armani andrebbe studiato nelle scuole di management – oltre che per tutte le qualità di imprenditore accennate prima – per la sua indipendenza di pensiero, perché alla veneranda età di 89 anni ha l’orgoglio di non voler deporre le armi anzitempo, nel riaffermare – come ha fatto in una recente intervista al Financial Times – il gusto della sua italianità rispetto all’invadenza (e all’arroganza va detto) della grandeur francese nell’accaparrarsi gran parte dei top brand del lusso tricolori. Mentre tempo prima si era detto nel caso disponibile a cedere il suo impero solo a una cordata composta da investitori italiani.

Vien da pensare che cosa sarebbe stato dell’economia del nostro Paese se ci fossero stati negli anni molti più Armani capaci di avere una visione d’insieme non solo della propria azienda, ma anche del proprio settore e finanche del Paese. Cosa avremmo potuto essere se avessimo mostrato una maggiore propensione a investire su noi stessi, evitando che fossero gruppi internazionali ad aggiudicarsi quote importanti di grandi imprese italiane. Non si tratta di sottoscrivere lo stantio concetto di nazione che va tanto in voga dalle parti di palazzo Chigi, anzi quest’approccio ne è quasi il contraltare. Bensì di riconoscere che un’azienda sana è qualcosa di più della somma delle sue parti e che, dando vita alla propria storia, si concorre – nel bene e nel male – a scrivere anche quella della propria epoca. E Armani, che lo stile di questo tempo ha contribuito a “disegnarlo” a livello globale, lo sa bene, facendosene testimone anche da imprenditore.